Vicino ai Malati - Parrocchia San Giuseppe Manfredonia

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Vicino ai Malati

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(Mt 10, 7-15)
Caritas
Venerdì 16 novembre ore 16.30, siamo chiamati a far visita ai nostri malati.

Perché visitare gli infermi? Perché noi umani prima o poi siamo tutti segnati dall’infermità, dalla malattia, a volte passeggera, a volte un cammino verso la morte. Quando diventiamo malati, in qualche modo diventiamo poveri anche se eravamo ricchi, diventiamo deboli anche se eravamo forti, diventiamo bisognosi anche se eravamo autonomi.

Al cristiano, ma più in generale a ogni persona, si impone di compiere l’azione del visitare il malato, di andarlo a trovare, di non lasciarlo solo ma di dargli dei segni che mostrano come gli non sia abbandonato, non sia uno scarto perché non più munito delle forze e della salute.  Quasi sempre – dobbiamo confessarlo – la fatica e la sofferenza della malattia sono aumentate proprio dalla solitudine, dall’isolamento, dalla scomparsa delle relazioni quotidiane con chi si ama. Il malato non misura solo la sua progressiva diminutio fisica e la sua accresciuta fragilità psichica, ma anche la distanza che la malattia ha creato tra sé e la vita di relazione, tra sé e gli altri.

Certo, visitare i malati, oltre a essere una decisione consapevole che esige responsabilità, richiede anche di vincere la paura, di accettare la propria impotenza, di rinunciare a essere protagonisti di buone azioni, per stare accanto all’altro senza pretese e senza imbarazzi. L’incontro con un malato, se avviene in verità, ci disarma e mette a confronto due impotenze, umanizzando così entrambi. L’incontro con il malato esige sempre disciplina: occorre saper tacere e saper parlare con discernimento, non imporre la propria visione e i propri desideri al malato, non finire per fare del malato un’occasione di protagonismo caritativo. A volte, proprio perché non si hanno parole adeguate, occorre saper piangere senza vergognarsi e, soprattutto, non aver paura del corpo del malato. Una carezza, una stretta di mano, un bacio sulla fronte o sulla guancia, a seconda dei rapporti esistenti, può essere per il malato fonte di grande consolazione. I vangeli si compiacciono di dire che Gesù toccava i malati (11 volte), toccava persino i lebbrosi, toccava l’organo malato di un corpo, perché il corpo è il luogo dell’incontro, della salvezza. Toccare il corpo di un altro deve essere un’opera d’arte, toccare il corpo di un malato deve essere terapeutico, relazionale, comunionale: solo volto contro volto, mano nella mano, due persone possono esprimere l’accoglienza l’uno dell’altro. La salvezza si sperimenta nel corpo, l’amore è vissuto nel corpo, la comunione si esprime nel corpo: a noi umani non sono sufficienti le idee! (Enzo Bianchi).
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