Pandemia, un macigno su ragazzi e adolescenti.

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Pandemia, un macigno su ragazzi e adolescenti.

Parrocchia San Giuseppe Manfredonia
Pubblicato da SIR in Giovani · 12 Giugno 2021
Disagio, fatica. E addosso il peso del lockdown, della scuola a singhiozzo, di mesi e mesi sentendo parlare di malattia, morti, restrizioni, distanziamenti, vaccini… Quanto pesa la pandemia su preadolescenti, adolescenti e giovani? La Fondazione Don Silvano Caccia Onlus, che comprende quattro consultori cattolici nel territorio comasco e lecchese, in particolare nelle città di Merate, Cantù, Erba e Lecco, ha realizzato una indagine – #COsaVIDico -, sviluppata tra febbraio e maggio 2021 e somministrata a 2.500 ragazzi tra gli 11 e i 18 anni, riguardo al loro stato di benessere relazionale e psicologico.

“Questa indagine nasce dal bisogno che avevamo di capire come stessero davvero i ragazzi”, spiega Claudia Alberico (nella foto), direttrice della Fondazione Don Caccia. “Non volevamo limitarci a ragionare sul numero degli accessi dei ragazzi in consultorio o sulle richieste dei genitori che chiedevano aiuto ai nostri operatori. Abbiamo deciso di dare voce ai ragazzi. Ecco perché abbiamo diffuso il questionario sul territorio che ben conosciamo, attraverso le parrocchie e le scuole con cui siamo in contatto diretto da anni”.

La ricerca si è dunque concentrata prevalentemente su province dell’alta Lombardia e ha precisamente interessato un campione di 2.501 ragazzi (41% maschi e 59% femmine), 1.053 appartenevano alla scuola secondaria di primo grado, mentre 1.448 alla secondaria di secondo grado.

Responsabilità da condividere. Terra generalmente ritenuta ricca, con le “spalle larghe”, benestante. Eppure si è rivelata la regione italiana più segnata dal coronavirus. Claudia Alberico afferma: “in questi mesi di pandemia il benessere psico-fisico di bambini e ragazzi è stato un po’ dimenticato per ragioni più o meno plausibili. Oggi però abbiamo il dovere e la responsabilità di ri-prenderci cura di loro, di includerli nuovamente nei nostri pensieri e forse anche nelle nostre priorità perché dall’investimento che faremo su di loro dipende il futuro delle nostre società”. Scorrendo i risultati dell’ampio sondaggio sorgono innumerevoli quesiti, sui quali occorrerebbe un serio confronto che chiami in causa famiglie, scuola, società civile, istituzioni, sistema socio-sanitario, e, non ultima, la comunità cristiana assieme alle altre agenzie educative.

Alberico aggiunge: “il futuro non ha bisogno di giovani impauriti, demotivati, ansiosi, iperconnessi per noia bensì di giovani in grado di usare il sapere che abbiamo consegnato loro e le competenze che sono riusciti ad acquisire per dare un futuro vivibile all’umanità”.

Cogliere i segnali positivi. Psicologa e psicoterapeuta, Simona Orsenigo è referente delle attività esterne per il consultorio Cantù, e commenta a sua volta i risultati: “Sono rimasta colpita da alcune risposte date dai ragazzi che segnalano una tendenza positiva: non me l’aspettavo. Parlo della riscoperta del valore della famiglia e al non aver patito la diminuzione della privacy, intesa come sana necessità di intimità per l’adolescente, da rispettare anche e soprattutto in famiglia. Dall’indagine emerge anche l’importanza dello sport e della vita all’aria aperta per i ragazzi”. Aggiunge: “l’invito alla riflessione da questa indagine vale per tutti: tutte le agenzie educative e le realtà territoriali, come scuole, oratori, parrocchie, società sportive”. A suo avviso “gli adolescenti hanno sofferto in modo particolare la pandemia, non tanto per il pericolo di ammalarsi, quanto per le conseguenze che le restrizioni sociali hanno avuto e avranno su di loro dal punto di vista psicologico. Inizialmente si sono sentiti dimenticati, proprio per la bassa percentuale di malati in questa fascia d’età, poi ghettizzati, perché considerati gli untori peggiori. E ora si accorgono di come star bene non significhi solo assenza di malessere, ma anche presenza di benessere, intesa soprattutto come necessità di spazi e relazioni sociali”.

Il nodo-social. “Mi preoccupano le ore passate davanti a dispositivi elettronici: questo ci è dispiaciuto e non ci ha stupito vederlo anche nella nostra indagine”, sostiene Daniela Genesini, psicoterapeuta e referente delle attività esterne del consultorio di Merate. “Ora i genitori devono ‘palettare’ questo utilizzo poco sano dei dispositivi elettronici, finora poco controllato. Il 18% degli adolescenti ha ammesso di voler smettere di utilizzare i social, ma di non riuscire.

È tempo di dare spazio alle relazioni tra pari: i ragazzi ne hanno più bisogno che mai. Occorre riconoscere il loro bisogno di libertà, di uscita in relazione diretta.

L’utilizzo eccessivo dei social ci ha portato a riconoscere il corpo solo come qualcosa che si vede. E invece il corpo è anche qualcosa che fa. È tempo di riscoprirlo”.

Pandemia: e poi? Elena Galluccio, psicologa e mediatrice famigliare, referente delle attività esterne del consultorio di Lecco, puntualizza: “il mondo degli adulti non è chiamato a intervenire solo nelle situazioni in cui emergono fragilità o per sedare istanze distruttive degli adolescenti. L’adulto non deve arrivare solo in occasione di emergenza. Dobbiamo pensare anche agli adolescenti sani e al tipo di richieste che fanno al mondo adulto”. Interessante in proposito la risposta dei ragazzi alla domanda “Quando la pandemia sarà finita…”: più del 40% risponde di non riuscire ad immaginare il proprio futuro. “Questa affermazione – dice Galluccio – ci interroga su quanto gli adulti (genitori, insegnanti ed altri professionisti) siano in grado di offrire ai ragazzi un mondo in cui potersi immaginare”.

Un punto di partenza. Altro richiamo giunge da Emanuele Fusi, insegnante in un liceo di Monza e presso l’Università Bicocca di Milano, pedagogista presso il consultorio di Erba: “Richiamiamoci tutti al compito educativo: questo deve essere il primo effetto di questa ricerca. Che sia un punto di partenza per riflettere e offrire prospettive, direzioni. Dobbiamo ripensare all’esperienza educativa che offriamo a tutti gli adolescenti e preadolescenti, perché solo così sapremo poi focalizzare l’attenzione sui più fragili, evitando generalizzazioni o semplificazioni”.




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